Recensioni d'arte ©

L’arte ci racconta il mondo fluò

da un concept artistico di Caterina Arena e Salvatore Cammilleri: Homologazione

Siamo vittime dei marinai che scalpitano a suon di Gin nelle bettole dei piccoli porti. L’uomo ed i suoi errori storici, le sue distorsioni, gli enigmi, le duplicazioni! E’ lì dinanzi alla scoperta dell’autoritratto elettronico; porzione singola, usa e getta, è un selfie omologato a due soggetti: l’uomo stesso e le “ali della libertà”. In un contesto storico-culturale in cui sembra che scrittura e rappresentazione del reale precedano parola e  pensiero, due menti creative come Caterina Arena e Salvatore Cammilleri, provocano l’inconscio sentire degli spettatori con l’occasione dell’evento Mi Piace, una mostra collettiva interattiva tenutasi presso la Biblioteca L. Scarabelli di Caltanissetta; un percorso costruito come una moderna Home di socializzazione, sulla falsa riga del modello dei social network più popolari, dove le opere esposte, variamente interattive, vengono anche votate con lo strumento del diffuso Like, in questo caso, fisico. Si tratta di uno sguardo sull’attualità del tema di composizione e scomposizione “dell’essere io”. Ed è sempre l’uomo il protagonista del gioco di mobilità ed immobilità che Caterina Arena e Salvatore Cammilleri, disegnano nell’aria con l’installazione “Homologazione” e la performance artistica narrante. Tutto come un puzzle di like ed autoscatti come intime domande possibili. I due artisti ci pongono dinanzi ad una scelta opzionabile: ritrovarci o perderci davvero, senza pagare pegno per la vita. Così, il risultato artistico di questo binomio tra installazione e performance, nella sua porzione di spazio sociale inglobato dal colore uniforme detto verde fluò, rappresenta senza dubbio un invito sorprendentemente diretto all’analisi di un’identità non solo individuale, ma anche socialmente diffusa. Caterina Arena si veste di verde fluorescente per ben tre giorni e si propone per innumerevoli selfie; gioca con il corpo interagendo con lo spettatore attraverso attimi di moto e stasi di sguardi e, al rinnovarsi del suo status omologato, sorride e chiede lo scatto fotografico, quasi con leggiadria inconsapevole, a significare l’assuefazione del comportamento al modello sociale proposto. Ma sin dalla seconda giornata in Biblioteca Scarabelli, gli artisti mettono in scena la scoperta del contrasto che sottende il desiderio di originalità e autoaffermazione; Caterina Arena scopre i colori, si tinge di diversità e sfumature fino a cospargersi del colore della porpora. Quell’entità a cui si rivolge è “l’uomo flessibile” che si domanda cosa mai possa significare “essere se stesso”. “Se l’essere è oggettività, io cosa sono? Io non sono oggettività! Sono colui che osserva curioso il circostante e non sono un’immagine tra le altre, ma puro occhio sul mondo! Se fossi oggetto dovrei essere sempre e soltanto ciò di cui son fatto! Sarei calcolabile, pesabile … Eppure tutto ciò non accade cedendo il passo a speranze, timori, emozioni … o meglio all’esistenza!” – proclama l’uomo a se stesso. I due giovani provocatori e originalissimi artisti siciliani vestono tali interrogativi, concepiscono il colore dell’omologazione e per dispetto creativo tingono lo spazio di metafisico verde fluorescente, attraente come il sapore degli adeguamenti socio esistenziali dell’epoca moderna, compiacimenti sleali, che ingannano e ci sorridono goffamente e, a volte, ci modificano fino a non percepire gli odori salmastri dell’amalgama che ci costringe nelle dimensioni diaboliche del “ridicolo quotidiano”. In cosa ci rispecchiamo? In quante parti ci dividiamo? Quante cose siamo? I nostri selfie ci rappresentano? O forse non siamo che il collage di più storie di sguardi? Gli spettatori pionieri dell’evento artistico siciliano sapranno raccontare meglio di chi scrive la sensazione di messa in gioco dell’ego dinanzi alla provocazione di Caterina Arena e Salvatore Cammilleri. Selfie si o no? Probabilmente la risposta sarà dipesa dalla consapevolezza del proprio livello di omologazione sociale o dalla scelta di agire in chiara provocazione con se stessi o per vezzo e levità. Nel frattempo il risultato artistico della performance lasciava già a macerare nell’animo degli astanti il senso delle singole risposte. Potrebbe mai valere l’idea di accorgerci che, in realtà, qualcosa (o qualcuno) proprio non ci piace, nonostante le nostre apparenti preferenze quotidiane indotte dal comportamento omologato?

© Annarita Borrelli

Sinolo simbiotico di immagine, lirica e poetica l’opera di Ron Ficke che ci dona la possibilità di riflettere su aspetti ancestrali della modernità. Dai primordi delle vicende universali, come embrione di antica saggezza, Ron Ficke ricorda il mantra della salvezza attraverso un’estasiante e mistica visione della storia contaminata dalla mano del progresso illusorio della conoscenza. Tanto più in avanti si spinge il tempo nelle megalopoli, tanto più si avvicina e realizza la disintegrazione dell'umano sentire e dissentire. Uomo, dimentico delle origini della vita per mano della violenza masochistica, per mano della guerra, per mano di un pugno di proiettili! Samsara e' il canto a volte soave a volte rauco della consapevolezza in immagini. Crudo il contrasto, cruda la realtà. La narrazione cinematografica pone il suo inizio sulla vetta del sacro monte tra le cupole ed i trilli dell'anarchia pura. Com'era il vero? Prati verdi nascosti dei templi. Lì il sacro tempio dei muri orientali. Come in uno spalancato sogno scintillano luci morali trascorse dagli occhi dello spirito grave. E furono le trombe ad annunciare l'inizio della fine. Brullo il territorio reale che accoglie i mosaici  dei piccoli eletti iniziati alla saggezza mistica. Quanta minuziosa cura dei dettagli cinematografici nella fotografia ci regala Ron Ficke in un tale capolavoro vitale! Quante urla si sfaldano nelle sabbie del vacuo ardire! Quanto intesa la colonna sonora dei pioppi più antichi! La musica e' il nostro spirito. Voce, urlo, speme! Assaporiamo i singoli granelli di poetica di questo inebriante mosaico cinematografico. La densa realtà ci trasporta con lieve mano finalmente “oltreuomo” sulle sabbie dei deserti come curve dolci ed imponenti. Emozioni che sfrecciano fino all'antro più sensibile dell'universo immateriale. La metafisica della storia si realizza nei dettagli là dove volano le aquile e le euforiche fenici, in ogni angolo scalfito come pietra al sole, in ogni superficie liscia come marmo preziosissimo. Ed eravamo lì con spirito inferiore ad anelare la verità assoluta figlia di violente macerie masochiste. Il passaggio alle rovine e' lieve. La rappresentazione traghetta verso l'esito oscuro. La battaglia inizia come stendardo di una guerra integrale. Battaglia di stolti per la denigrazione della vita nella sua etica onirica. Solo amarissime rovine dal sapore aspro degli spasmi della morte! E poi, d'un tratto, la navata superiore. Viale sacro dei cristalli lucenti, sogno dei poeti! La mano dei vati non pone veto ala rivelazione visiva di Ron Fricke. È il tempio del battesimo la nascita rappresentata dal regista; battesimo dell'uomo che nasce nella nuova epoca per mano dei custodi delle sacre acque. I misteri divini si svelano all'ombra di guglie gotiche e rosoni. Profondità che ruotano fino ai piedi di Cristo carne del Logos incarnato per mano di Dio con il compito di diffondere il vero alla moltitudine. Così Ron Fricke si trasforma in un Cristo rivelando  i misteri degli antichi segreti come per desiderio di narrare gli errori e gli orrori della rivelazione stessa . Immagini di desolazione, rami di alberi ancora forse vividi;  notti e storia attraversano le vene ed il bulbo oculare dell’uomo fruitore. Tali bellezze si nascondono nelle nebbie, nelle vive e bianchissime rocce. Cuspidi del vetro come onde in un mare tempestoso. E anche i ghiacci si assaporano con gioia fino a diventare acqua e sangue.  E l’acqua fu aria e l’aria fu fuoco e il fuoco fu pietra contro ogni regola. Quanta sacralità occulta! Il capolavoro di Ron Fricke è come antroposofia congiunta di materia e spirito fino alle nebbie della modernità. I suoni delle cascate ci allagano cuori e mente. E nascosti vivono indigeni dagli occhi persi negli obiettivi delle torture! Capelli come trecce come serpenti come sfere! Il simbolismo spinto è il cammino. Sguardo lacerato e consapevole di donna fecondatrice di olocausti traghetti su autostrade putride! Tu che ami tra le braccia di tuo figlio! Mani virili di uomo che accogli! Ed ancora come sognante ed onirica visione il simbolismo trapassa nella modernità che fugge, corre scolpita nel tempo come se terminasse quel ritmo di pace. Troppe luci, troppi cattivissimi odori ci schiacciano verso lo spirito di gravità quotidiano della fatica espressa nel lavoro per la sola sopravvivenza della carne. Spazi aperti e condivisi che confondono. Ecce homo che si mescola il volto di limo, poltiglia e disonore, si sporca di malefico! Dissacrante! o forse esorcizzante turpitudine e fango! Si maschera si colora si trasforma e si lacera con i pennelli della saggezza teatrale tragica più tribale della storia umana che soffre! Si stringe di velata follia. Ed urla la musica fino alla meta trasformazione della coscienza umana che si squarcia dinanzi a se medesima. Intervalli velocissimi ci accompagnano tra le trame di un’antica storia. Ed ecco l’effimero essere nelle sue necessità non necessarie. Dall’umano al disumano manca una lama! Ron Fricke racconta la decadenza delle metropoli innevate dall’oscuro. Abitazioni in serie. Lavoro in serie. Geometrie in serie. Simmetrie in serie come lunghissimi fraseggi musicali. Così il desiderio più intenso dell’umano si ritrova in un’immagine in volo verso le acque della vita. Slancio! Un bavaglio ai deboli direbbe la discendenza  dei sacerdoti! E’ una donna! Colei che dona il suo grembo per la fecondazione del futuro. Eterno divenire che fluisce e disumano timore di perdere il tempo come sabbia tra le dita strette. Ron Fricke denuncia il taylorismo per le economie di scala e di standardizzazione. Ma non è tutto identico! Non è tutto dello stesso colore sapore sudore! Freneticamente e con improvviso slancio ci racconta i mali del mondo riflessi dai mali interiori e solitari. Se siamo ciò che mangiamo allora Ron Fricke ne rappresenta il senso come un cancro globale di batteri che violano la vita all’unisono. Ci cibiamo di una serie infinita di uguaglianze che stroncano gli slanci delle personalità singole. Anche gli animali si torturano in serie per divenire cibo per il corpo, ma non per lo spirito volto alla rinascita globale. E noi uomini figli di Demetra Madre Terra dove andiamo? Di cosa ci cibiamo? Di cosa viviamo? Forse di aria rarefatta e putride corse agli ostacoli? E non c’è tempo, e non c’è amore, e non c’è ragione, nulla più! Il tapis roulant della vita ci ingloba mentre ci spezza le gambe e ci ammalia dividendoci! L’estetica della perfezione sembra risiedere nei modelli umani rappresentati sulle scene più agghiaccianti. Corpi di plastica distesi in attesa. Sguardi. Ron Fricke  ne rappresenta il senso attraverso la prosperità di corpi e sorrisi effimeri di donnette sorde e cieche, ammaliatrici di soli sensi. Figlie di Eva ingannatrice! Ed i fecondatori si perdono nella sensualità. Con la stessa violenza immobile delle bambole, Ron Fricke ricorda il bisogno di ritornare al vero. Ed una lacrima su una maschera di ferro bianco ci rieduca simbolicamente alla riflessione sui contrasti. Spazio moderno e dolorosa miseria sono il dono languido della danza della realtà. La miseria e la nobiltà si congiungono nelle baracche dei deboli, dei poveri che non provano l’insano piacere del cibo seriale e così, forse, vivono agli occhi dei nobili di spirito come monito per la resurrezione dei più. Ron Fricke racconta ritmicamente la reclusione degli eletti che si esercitano alla comunione per il piacere dei reclusi. Dolente la rabbia dei silenti. Lacrimosa sepoltura dell’essere. L’uomo di Ron Fricke si svuota al cospetto del nulla che egli stesso ha creato. Nutrimento fatto di scarti puzzolenti. L’eterno divenire scivola voracemente nello stomaco dei deboli senza tregua, senza pace. Il racconto è una ferita aperta per la storia moderna, un netto atto di denuncia socio economica. Etica ed economia non sono più al servizio del benessere comune a causa della dimenticanza dei concetti sinergici di diffusione del bene. Quanto più felici coloro che vivono con tale apparente pochezza? Mangiamo i nostri scarti, li espelliamo, li trasformiamo e ce ne cibiamo nuovamente, ciechi e ancora ciechi e sempre sordi! E fu la tomba dell’uomo quella ancestrale oscurità nei sensi! Quel tumore cerebrale che ci porta a preferire il non ascolto che presuppone il non osservare, a causa di una fallace fatica nell’alzare lo sguardo. Ron Fricke seppellisce le bombe e le pistole pur mostrandole nelle mani degli operai. E’ denuncia dissacrante il suo capolavoro in immagini e musica. Viviamo e uccidiamo in serie pagando le armi della fine. Così furono i deboli ad agganciare i fucili contro i forti tanto da confondere la metafisica del giusto con l’idolatria del male. Proiettili in serie sono simbolo del primo sigillo della Nuova Apocalisse. E solo un volto mostruoso diviene facilmente capo degli stolti! E’ guerra in parata come festa. La disciplina della guerra è solo pena nella visione di Ron Fricke. La disciplina della guerra è l’incipit delle asimmetrie. L’Occidente contamina il ricordo delle sinuose terre avide degli inizi come racconto circolare. Storia nella storia.  Immagini su immagini. Inganni su inganni. Musica in musica. Ron Fricke strappa il cuore delle menti superiori per dimostrare l’esistenza della strada del cambiamento. Il suo atto è quasi socio pedagogico. Una fotografia, uno schermo per comprendere, riflettere e difendersi. E ancora si svelano i mantra e le preghiere come speme per la resurrezione del misticismo, chiave cosmica della Nuova Pasha. In ginocchio per la Madre terra ed i suoi frutti! Nei contrasti imponenti la lettura delle cause primarie. Nel suo finire Ron Fricke ritorna al rosone ed ai suoi riflessi come un mostro dal sapore dolce miele. Quanta disperata perdizione senza alcuna luce! Muore la morale globale a favore del rinnovamento dell’etica. In preghiera è la salvezza delle anime del Purgatorio terrestre. E l’utero è quell’eterno ritorno ai dettagli del mosaico sacro che si tramuta in polvere per essere ricostruito. Mani congiunte e occhi di fata sono la sinuosa e lieve speranza per la resurrezione dell’Umano!

© Annarita Borrelli


 

Dalla Saggezza Mistica al Purgatorio Terrestre: guerra in parata come festa

da Samsara di Ron Ficke

 

Quasi un “sacrilegio” quest’interruzione del silenzio donatoci dalla “serenità blu” dell’opera dei Kabakov. Dai nostri occhi nasce lo sguardo.

La regale e sontuosa esposizione dei due artisti russi Ilya & Emilia Kabakov all’interno del museo Macro, si vive a “piedi nudi” e senza memorie, ricordanze, dolori, nostalgie, rimpianti … Le penombre che abbiamo attraversato anche in un solo attimo di esperienza di vita si schiantano improvvisamente in una dimensione di vertigine nell’oblio. “The Blu Carpet” come una soglia. Arte, spazio, gioco di intime relazioni emotive tra sé stessi ed il profondo “prato” blu che si espande nell’interezza dell’ampia superficie della sala dedicata all’installazione. Fruendo quest’opera ogni uomo mette il naso nei propri pensieri, fa un passo in avanti verso di sé.  Tutti diventiamo “gli artisti”… modelliamo le nostre teste e la fantasia in uno spazio capace di evocare lo spirito di gravità, steso sulle morbide trame del tappeto, come di antigravità oltre il bianco purissimo del soffitto. E’ come vivere in un cassetto della nostra anima respirando le profondità del blu del cielo che ci richiama oltre i nostri intimi ed infiniti riflessi dello spirito e della psiche. In questa “stanza della mente”, l’esperienza fisica diventa come un’esperienza onirica, inesplorata, vivida ai nostri sensi, leggera come un gioco di tecniche volte al raggiungimento di un’autentica dimensione vitale. Saremo capaci di fruire quest’opera superando il dualismo tra la nostra anima ed il nostro corpo? Ilya & Emilia Kabakov ci accompagnano e ci invitano a compiere quest’esercizio di “libertà in antitesi”. Contro un mondo fatto di complessi modulari, di catene di fuoco, di architetture plastiche che diventano utopie latenti per soddisfare i nostri bisogni di “fuga”! Ilya & Emilia Kabakov ci regalano un “tempio” per viverci, riscoprendo le nostre essenze come tesori di forze nascoste, di possibilità misteriose in cui si cela l’intero cosmo in miniatura. Attraverso gli occhi dello spirito, il tappeto blu non ha limiti reali, non ha perimetri possibili … i suoi unici confini risiedono nelle serie di piccoli quadri evocanti una miriade di aspetti del pensiero astratto. Distesi come i Kabakov con le spalle in terra in posizione orizzontale di etereo crocifisso e con gli occhi chiusi, viaggiamo senza mete “percorrendoci” elettrizzati nelle visioni dei piccoli quadri, che a volte sono solo appunti, schizzi, forse scarabocchi…solo pensieri embrionali…solo calcoli incalcolabili….somme che non si sommano…pani che non si moltiplicano. Quella sala rappresenta il nostro libro dei segreti. Così, attraverso una sintetica osservazione rappresentata nelle parole, siamo chiamati a rendere giustizia al silenzio che regola il tempo di questo luogo direi quasi “sacro”. Uno spazio archeologico in cui il silenzio è come rappresentazione misterica di stati d’animo a volte inespressi che siamo tentati di considerare insignificanti nei confronti di quelli che si rendono evidenti con le parole; i Kabakov ci comunicano che non tutto è dicibile nella vita, che non tutto può consegnarsi al sigillo storico delle parole. Entra, non c’è nessuno! Non parlare, guarda! Vai oltre quel deserto di ferite profonde che non riesci a decifrare. Cos’è accaduto?…Nulla…finalmente ti sei arreso totalmente! Lo ricordi il suono di quell’armonia? Anche se fosse durato un solo istante, non lo dimenticare.

 

© Annarita Borrelli

Ilya & Emilia Kabakov “The Blue Carpet”

Fluttuare. Ondeggiare con la memoria attraverso il tempo. Trapassare la dimensione spazio-temporale del presente per contrastare la disarmonia, a favore degli equilibri apparentemente stabili di centinaia di sfere, tutte “perfette” nella loro essenza, ognuna differente, ma uguale a se stessa ed al riflesso dello spettatore che, ammaliato, si perde in un contrasto di luce. Le differenti parti di materia che compongono i sistemi scultorei manipolati dalla fantasia di Gabriele Simei, interagiscono tra di loro in maniera che le proprietà fisiche non cambino durante il tempo di osservazione, ed i sistemi siano apparentemente chiusi  in sé eppur “aperti ed agenti nello spazio circostante”. Simei realizza opere di equilibrio dinamico, come le bottiglie che ci danno il benvenuto nella prima stanza del percorso espositivo, tutte poste in contrasto lineare come se le velocità delle loro trasformazioni opposte possano risultare uguali. È proprio dei principi “fisici” di Gabriele Simei la percezione di equilibri dinamici, in cui la somma di forze agenti non causano accelerazioni. La velocità dei singoli sistemi scultorei risulta costante. Ferro, cuoio, legno, pietra, ottone, vetro, acciaio, rame, smalti, plexiglas, ceramica, plastica. Le materie prime come bene scarso assumono tutte lo stesso valore intrinseco e la stessa “preziosità”. La fantasia nell’arte della composizione e decomposizione delle materie stesse nei “flussi” che danno il nome stesso all’esposizione. Come se fosse possibile districarsi nelle onde dei materiali utilizzati da Gabriele Simei come corazza per la gravità, senza sentirsi travolti dalle tempeste interiori suscitate dalla fisica “percezione di perfezione” e stabilità esterna, profondamente in antitesi rispetto alle nostre angosce, incertezze, dubbi. Ma proprio in questo caso interviene la scatola magica delle opere di  Gabriele Simei.  Là, dove persiste un nostro “contrattempo”, lui interviene attraverso l’incastro delle materie prime lavorate nel laboratorio della sua mente che trasuda nelle sue mani “vive”. Ma la storia raccontataci all’interno della Casina delle Civette è come un “viaggio fisico” più che metafisico. La “mostra” si rivela come una vera opera d’arte agli occhi dello spettatore. Sembra di vivere per pochi minuti, tutto sommato, in una “sfera”, in una bolla di equilibrio totale…come se fosse anche possibile fermare il tempo, i nostri tempi. Quando la location accoglie così naturalmente le opere, il “tutto” diviene ai nostri occhi come l’insieme delle cose più piacevoli possibili da osservare, da vivere, da commentare, da condividere. Gabriele Simei collabora con la storia della Casina delle Civette e si innesca in un istante preciso di questa storia accostando i suoi colori alle meravigliose vetrate che ci regala la splendida “casa” stile liberty. Sarebbe mancata una colonna sonora reale, capace di far da collante indelebile nella memoria delle rappresentazioni accolte. Scultura, gioco di colori, architettura si sono incontrate creando un equilibrio a loro volta riflesso di quei “flussi” di energie residenti nelle opere di Gabriele Simei. In questo caso, la lavorazione delle materie prime più stravaganti possibili ha connotato di senso contemporaneo un luogo storico del panorama artistico romano. Egli ritrovò la torcia nella Fucina di Efesto, ne rubò qualche favilla e, incurante delle conseguenze, la riportò agli uomini.

 

 

© Annarita Borrelli

Su "Flussi" - Personale di Gabriele Simei