Racconti

Estratto da Nuvole alla porta ©

 

Mi ero svegliato d’umore lunare. Bianco e piano tra le mura della mia camera. Sentivo i miei sedici anni come una sventura amara e non mi odiavo per dispetto. Eppure il pensiero volava! Non cambiavo mai! E ora? Non mi posso fermare, le nuvole sono alle porte di questa bolla d’aria che è la mia città. Non ci sono tempi morti per me! Sono come un indagatore, spesso sottile, delle operazioni dell’anima che non mi lascia emboli diversi dalle esplosioni. Corro come una lepre da un capo all’altro dello spazio nelle mie prospettive, ma mi ritrovo sempre al lato di un lembo che può significare la fine. E torno indietro senza paura o timore di non ritrovare la mia strada in quella specie di sacro bosco trasparente in cui mi sono ritrovato. Non fu un miraggio quel risveglio! Potrei giurarlo dinanzi alla tomba di Napoleone! Eppure non facevo altro che infuriarmi sempre più! Mi avevano lasciato a marcire in una bolla quei carcerieri da quattro soldi di circensi che tutti chiamavano infermieri? Che disastro questa città dei balocchi! Quando mia madre mi ci accompagnò per restarci, avevo come l’impressione che i macchinari per l’elettrocardiogramma fossero delle funi colorate da lanciarsi addosso come in un gioco. Avevo addirittura immaginato che quando dovevi fare la tac era come entrare in un sogno ad occhi aperti che non ti lascia neanche il tempo di continuare a vaneggiare ed ondeggiare con i sensi perché fatto a posta per essere talmente breve da creare dipendenza! Non c’era mattina che non mi insegnassero ad usare un gioco diverso! Non potevo lamentarmi, ma la verità era che non mi divertivo affatto. Avevo notato che mi accompagnavano lì nelle sale dei balocchi ad intervalli regolari e mai per giocare tutti insieme. E quei tempi morti mi riempivano di terrori. Erano demoni in agguato, in ogni angolo. Erano gli ostacoli del giorno, quelli che per me erano solo echi di ricordi e dolorose evanescenze. E mi chinavo spesso sulle ginocchia nei pomeriggi d’estate, quando non era tempo di giochi ed aspettavo invano le visite fantastiche della famiglia. E nell’ora del crepuscolo viola sorridevo intimamente per quella fallace e futile speranza delle aspettative che mi avevano deluso sin da piccolino, quando nessuno mi aiutava a capire come parlare perché da solo non riuscivo. Ed iniziai a stufarmi. Fu così che decisi di non parlare e sforzarmi per muovere quei lembi tendinei che, con il passaggio dell’aria, vibrano generando la voce. Volevo il controllo di quei muscoli, dei legamenti, delle fasce connettive e mucose! Per anni ho viaggiato moltissimo con la famiglia intenta nel risolvere l’apparente problema come un battesimo per la coscienza di tutti. Ipocrisia fu l’unica parola che potevo immaginare allo sguardo di mia madre. Povera santa donna! Come se non sapessi le ragioni della sua follia. I suoi erano gli occhi di una raffinata dama dall’intelligenza devastante, la follia che mette sempre alla berlina i limiti, le meschinità e le bassezze dell’umanità. E non ci sono sconti. Mi osservava con la forza corrosiva dei cannibali. Ed io ne ero il frutto. Ma ben presto iniziai a far canticchiare il pensiero e mi costruii il mondo delle menzogne in cui vivo. Eppure avrei desiderato quella dolcissima carezza. Ma mi sfiorava solo vento e l’unica espressione dell’anima era quell’urlo miserabile e acutissimo che emettevo ogni volta che l’implosione del cuore diventava come un nodo alla gola e avrei voluto disperatamente urlare al mondo contro gli avanzi che mi lasciava. I medici dicevano che prima o poi avrei parlato. Il mio inconscio era come demone spavaldo all’ascolto di tali invenzioni della scienza. La parola? Avrei preferito tenerla dentro per sempre! E non l’avevo detto a nessuno per fortuna! Ogni tanto mi accorgevo di quanta fame insaziabile di vita e di morte era negli occhi dei miei amici del paese del balocchi. C’era il volto del povero Tano che invocava vendetta. Lo avevano rinchiuso in questo mondo d’avorio perché diceva di vedere le anime dei morti e di parlare con San Paolo. Come se non fosse ammesso! Poco spesso si avvicinava e vociferava alle mie spalle accostandosi: “Lasciami soffrire in silenzio; malgrado mi senta sfinito ho ancora sufficienti energie per spuntarla. Onoro la religione sai! E’ come un bastone che mi da sollievo … solo che … Può mai essere la stessa cosa per ciascuno di noi? Quando dai un’occhiata al vasto mondo, ne vedi di migliaia per i quali non lo è stata, per i quali non lo sarà, predicata o no che sia, e allora perché lo dovrebbe essere per me?”. Poi si allontanava accennando a grandi risate ed io pensavo dentro di me e parlavo al Tommaso che conoscevo. Cos’altro è il destino degli uomini se non quello di portare il proprio fardello e bere il proprio calice sino all’ultima goccia? E se questo calice é troppo amaro per labbra terrene come potrei vergognarmi dei miei inquieti silenzi in quei terribili istanti in cui tutto il mio essere trema fra essere e non essere, quando il passato brilla come un lampo sul tenebroso abisso del futuro e tutt’intorno a me e insieme a me il mondo sprofonda? Non si tratta forse della voce della creatura avviluppata su se stessa, privata a se stessa e irrefrenabilmente lanciata verso il fondo di se. Perché dovrei vergognarmi di odiare il veleno del mondo? Quanto disdegno lo sguardo benevolo che talvolta si ferma su di me, la compiacenza con cui si accoglie un’espressione involontaria del mio sentimento, la compassione per le mie pene. Quando ancora ero morto nella casa di mio padre, avevo una sorella che non faceva altro che osservarmi per entrare nei pensieri da cui si sentiva totalmente allontanata. Non l’amavo. M’aveva violentato di botte e improperi troppe volte con quell’animo rabbioso contro la vita e contro quel problema che ero io, lì dinanzi a lei, come il simulacro della disgrazia e l’alibi della sua infelicità. Da piccolo pensavo di esserne innamorato. Era colpa della mia ingenua corazza da testuggine. Lei sentiva quando soffrivo. Oggi il ricordo del suo sguardo mi trafigge. Sola, traboccante di solitudini. Non ho mai immaginato le sue labbra così fascinose come oggi. Dopo tutto quell’immagine non era altro che la forma stessa con cui il pensiero era apparso per un attimo fugace alla coscienza che ancora rimbombava nelle mie memorie. Chi non ha mai fatto tanti sforzi per riconoscere un’immagine da una percezione? I miei occhi erano l’emozione trainante dell’immagine del mondo che volevo. E non lo volevo dire. Quando trascorreva il tempo mi accorgevo delle migrazioni e mi chiedevo quanto fossi sempre stato uguale a me stesso nella smania di evitare la vita. Se fosse stata solo codardia ne avrei sofferto di meno. Avevo bisogno ormai di un piano per la strada della fuga da quei corridoi fin troppo conosciuti e supplicanti. Per quante ore rimasi nel silenzio della mente non lo posso ricordare! Fu una corsa pure quella. Senza panico di strada, senza agitazione contro la dissennatezza. Il genio è frutto dell’impegno! Mi ripetevo come un’ecolalia. Il genio è frutto dell’impegno! Ma il tempo non mi dava la ragione del caso che tanto stavo attendendo e desiderando. Da un miraggio scaturiscono i sentimenti. Amavo la letteratura, era come una melodia antica. Ne portavo il ricordo con la passione degli amanti che mancano nelle distanze. Un giorno pensai di cercare di capire se Tano avesse mai voluto seguirmi in una folle fuga dal paese dei balocchi. Potevo solo scrivere. Non l’avevo mai fatto. Era come parlare. Volevo andare da mia madre e ricordarle che la vita è un ramo secco, selvaggina rabbiosa che può mordere nei rimorsi. Quest’apparente stato di imprudenza mi aveva reso sopportabile la vita. Ma era giunta come freccia l’ora migliore. L’ora del passaggio contro il mondo con cui non avevo mai parlato. C’è un tempo in cui lo sguardo si sostituisce al fiato. D’altronde uno come me non avrebbe potuto produrre idee più insane! Dovevo decidermi. Comunicare, non comunicare. Avevo timore per l’idea del mio pensiero nelle mani di un essere. Mi decisi come un fuggitivo frettoloso anelante di polverose insicurezze. Lasciai quel messaggio sotto la soglia della stanza di Tano. Dopo una settimana me lo ritrovai al lago con una bottiglia tra le dita. Lo vidi come l’immagine di una sapienza che ha storia o meglio tradizione. In quell’istante gli occhi di Tano erano sapientemente ciclici. Mi disse a voce aperta e col sorriso sornione tra i denti:

“La storia della sapienza è una rotella di giochi perversi. Gli uomini giungono ad essa, e poi la perdono per opera di grandi catastrofi che sconvolgono la terra e le comunità umane. Ma delle catastrofi, che distruggono i ricordi tradizionali, si salvano i proverbi, resti di sapienze distrutte, trasmessi dai sopravvissuti ai posteri. In questo giro di pensieri e d’immagini s’innesta la concezione della sapienza Tommaso! E’ come emergere dalla luce di una realtà nascosta a quella visibile. La morte ci deve trovar vivi! Diceva il vecchio proverbio caro Tommaso che mi osservi con occhi di falco senza fiatare! Adulatore del silenzio! Bevi questo liquido ingannatore. Sarà la tua morte per uscire dalle gabbie sfidando la vita fino in fondo. Rischi la notte perenne, ma è la tua unica carta da gioco. Questa è la città delle solitudini infinite che la storia non vorrebbe neanche dovere ricordare. Bevilo questo veleno Tommaso, potrebbe avere un retrogusto di acacia per destino. Gioca.”

Avevo solo paura di morire, ma presi quella bottiglia a sguardo basso e me ne andai. Tano avrebbe sentito tutto. Era un’anima ormai spirito nel mondo. L’avvelenamento era per me come l’idea di un’aranciata amara. Mi sentivo attore di una lezizone spirituale affannosamente sostenibile. E ora provavo quella meraviglia iniziale che è come emozione derivante dall’ignoranza. Solo l’anima mia vedeva quanto mai nitidamente senza timori. Era il riflesso delle emozioni di disturbo che mi trascinavano oltre i pensieri per paura della morte. E quale fine peggiore di morire nel tentativo di guardare negli occhi una madre infame, bastarda, brutale, bestiale. Se mi avessero venduto come giardiniere avrebbero fatto bene! Sarebbe stato un affare non da poco! Eppur mi chiedevo perché Tano avesse con se quel veleno, perché non lo avesse mai usato se lo considerava come una liberazione. Mi venne il dubbio d’aver intuito il mal di sé e la sacra dannazione della codardia nelle parole e nei gesti di chi apparentemente mi aveva offerto la morte per evitare la putrefazione in vita.  Che Tano fosse affetto dai mali dell’inganno, dai tentacoli del falso piacere che alla serenità non conduce, lo sapevo da tempo. La leggevo nei suoi occhi l’aspirazione con tutto se stesso alla realizzazione del proprio io. Sentivo da tempo il bruciore del condizionamento dei pseudobisogni e non sentendosi in armonia con se stesso non riusciva in alcun modo ad esserlo con in Mondo. Quando la pace dura troppo tempo si finisce per rimuovere i ricordi della guerra. Stavo dimenticando le mie battaglie e non volevo rischiare la mia miserabile vita per un’invito a cena con la morte. No, dinanzi a me vedevo solo nuvole bianche. Non importava quanto fosse stretta quella porta animica, quanto piena fosse dei castighi della vita. Io ero il padrone del mio destino. Io ero il capitano della mia anima.  

Il dolente è qui - dicevo a me stesso - sulle scale vuote dell'inferno che, come il paradiso, inganna. E se menzogna trascorre come l'illusione allora così cavalcavano fuggiaschi tutti i sogni di Tommaso persi in una bottiglia di vino velenoso che non la verità, ma la bugia portava alla lingua fino in gola. Ah se avessero sorseggiato i suoi fratelli invece che lui, agnello in mezzo ai ragni! (...) perché fuggire dalle mura del paese dei balocchi solitari senza speranza di poter vedere quel sangue steso tra le pieghe della terra? Si chiedeva ancor più sobrio dinanzi alla crudeltà di quella luna d'inverno. (...) Avresti dovuto credere in te Tommaso e stringere la morte in collo alla vita di tutti! E forse ricordare loro l'utilizzo sterile del quotidiano degli ultimi 10 anni? ..o forse Tommaso lasciar perdere il tempo dei santi e abbandonarli tra i petali neri del fallace paradosso bianco del paradiso? - sussurrò il suo amico Tano trattenendo ancora una volta le sue mani col sorriso della notte sorniona (...)

Mi allontanavo con il passo rapido nella siepe di brina come a voler evitare i sentieri della via o gli imbocchi verso quel giardino malato. E non avrei voluto dover rispondere ne a Tano ne in primis a me stesso prima di addormentarmi ancora come d’abitudine. Così lasciai il pensiero alla tramontana e da perdente iniziai ad accelerare fino a ritrovarmi solo ben lontano da Tano mentre di spalle mi voltavo in agitazione lungo il cammnino. Volevo fuggire in fondo ed andar contro il saggio consiglio delle stelle, ma al contempo avrei desiderato quella rivolta  (...)